Flavio Parenti
Montaggio Della Narrazione

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La fase successiva alla scrittura dei cinque volumi è l’affinamento, altrimenti detto «editing».
È una fase stratificata, in cui affronto più livelli di scrittura.

Il primo, e più importante, è un editing ancora privato, in cui noto e correggo le mutazioni naturali che avvengono nella scoperta di una storia.
Mi spiego: quando comincio a scrivere letteralmente la saga, significa che ho passato alcuni mesi a pianificare gli eventi che la compongono. In questo modo conosco le direzioni degli archi grandi e piccoli.

Tutto molto bello su carta ma, come si dice, «la mappa non è il territorio» e, quando poi mi metto a scrivere i personaggi, a viverli, scopro che tendono a vivere di vita propria e a deviare dal corso che avevo previsto per loro.
Non forzo troppo la mano, anche perché quando i personaggi cominciano a suggerire la trama, la storia si arricchisce notevolmente, quindi è qualcosa che va abbracciato.
Ma questo crea le prime grandi incoerenze.

Per esempio, ne Il labirinto della speranza, quelli che erano due personaggi secondari nel primo volume, e del tutto ignoti l’uno all’altro, si sono ritrovati, nel procedere della saga, a essere profondamente legati.
Potete immaginare quanto il loro primo incontro fosse «sbagliato».
E quindi quello si riscrive.

Fatta questa passata, che è un misto di coerenza ed estetica delle parole e delle frasi (quindi anche tagli, aggiunte… insomma, è piuttosto sostanziale), arriva il terzo occhio.
In questo caso, Antonella Cavuoto.

Antonella riceve i manoscritti coerenti e finiti e approccia l’editing da un punto di vista finale.
Il più grande difetto che abbiamo entrambi notato in questa nuova opera è l’eccesso di formulazioni paratattiche (nota: «paratattico» si riferisce a una costruzione del periodo caratterizzata da frasi coordinate, senza subordinate, creando un effetto di immediatezza e chiarezza).

Vi faccio un esempio:

«Erik guarda l’orologio.
Le sedici.
Un brivido lo coglie.
Si volta ed esce.»

Che è fighissimo per un thriller ed è la linea editoriale che ho scelto per Il labirinto, ma rischia di diventare un esercizio di stile se non dosato correttamente.
Quindi la prima cosa che stiamo facendo è decidere quando rafforzare questo stile (in quali momenti narrativi) e quando invece aggiungere subordinate, connettivi e una certa morbidezza narrativa (molto presente ne L’Anello di Saturno, come sapete).

Il risultato potrebbe essere qualcosa come:

«Erik osserva l’orologio: la lancetta delle ore segna le sedici, un brivido lo coglie. Si volta ed esce.»

Stesso concetto, forma più morbida.
Dipende. Ed è qui che subentra il gusto, la capacità di collegare forma e sostanza.
È come il montaggio cinematografico: si può montare una scena come fosse d’azione, oppure in un unico piano sequenza; va capito quale sia più utile al respiro narrativo, a trasmettere l’emozione del momento.

Ma Antonella legge anche la storia con l’occhio terzo di chi la scopre.
E questo è molto utile per tutta la dimensione psicologica dei personaggi, soprattutto femminili, e per le interrelazioni tra madre e figlia, amiche, e per la psicologia interiore.
Penso che ogni autore possa affrontare senza problemi l’altro sesso, personaggi e problemi distinti dai suoi (altrimenti l’arte cos’è?), ma per farlo ci vogliono sensibilità, attenzione, ricerca e ascolto.

Detto questo, mi rimetto alla scrittura!

Alla prossima pagina.

Flavio Parenti
Flavio Il Diario d'Artista · una pagina ogni lunedì

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