Le cose indicibili.
Abbiamo tutti, dentro, delle cose indicibili. Io almeno ne ho molte.
E ci sono giorni in cui sembrano urlare dentro al cuore.
Le sento solo io, e mi vergogno persino di pensarle.
Sono i pensieri scuri, i pensieri bui.
Quelli che ci accompagnano da quando siamo piccoli, quelli che rimettono in discussione le nostre scelte, il nostro io.
I pensieri di crisi.
La mia metodologia narrativa ha un passaggio che si chiama «crisi».
Viene dopo il punto di svolta, cioè il momento in cui succede qualcosa che cambia la prospettiva del protagonista.
La crisi è il prodotto di una trasformazione, di una crescita non ancora assimilata, di un magma interiore ancora caldo come lava.
È il momento in cui siamo davanti alla scelta, alla decisione, la cui etimologia risale al latino: tagliare via. De-cidere.
Non è quindi facile decidere, perché spesso si tratta di un momento irreversibile, come l’entropia, come la lava che si indurisce: farla tornare allo stato precedente è pressoché impossibile.
Così si forgia la nostra anima: tramite le scelte, le decisioni.
E poi il ciclo si ripete.
Io ora sono attraversato da questo momento.
Mi capita spesso dopo un set, dopo un progetto che si conclude, dopo una fase che finisce.
C’è un momento di vuoto, vacante, nel quale tornano a galla i residui di crisi dimenticati, abbandonati sul bagnasciuga nella speranza che le onde del destino se ne fossero prese carico.
Ma ahimè, non è così.
Sono lì, e l’unica persona che può prendersene cura sono io.
Quali sono questi pensieri?
Il pensiero di sbagliare ciò che faccio.
Di pensarmi migliore di quello che in realtà sono.
Di sprecare il mio tempo prezioso, che mi è stato donato, a fare cose vacue, inutili.
Il pensiero di non essere capace.
Non è la sindrome dell’impostore, perché non ha a che fare con ciò che vorrei, ma con ciò che sono – o che sono stato.
È una forma di bilancio dei miei anni.
Sono certo che, agli occhi di qualcuno, questi anni sono visti come splendenti, fortunati, di successo.
Eppure, io non riesco a vederli così.
Ne percepisco la traiettoria discendente, lo spaesamento attraverso troppe strade battute, troppe cose diverse che cerco di fare, di essere, la perdita (o l’assenza) di un’identità artistica.
Ho sempre voluto essere una piuma al vento, senza etichettarmi, senza cercare di autodefinirmi, ma ora mi chiedo se questa forzata fuga dalla forma non mi abbia trasformato in un mutaforme che non è più capace di riconoscersi allo specchio.
È l’età, sicuramente.
La sento, soprattutto nel corpo.
La schiena. La famosa schiena.
Io caccio l’orizzonte, sapendo che non lo raggiungerò mai, e prima o poi arriva il momento in cui una parte di me sussurra: «Non serve a niente».
Ecco, questo è il momento.
E mi chiudo, mi inasprisco nei pensieri, sperando che la risposta sia dentro di me.
Sapendo benissimo che la risposta è là fuori, ma sono troppo chiuso, troppo stanco per andarla a cercare.
E lì, per mia fortuna, ci sono Eleonora ed Elettra, che nonostante io sia un orso, chiuso, nero, mi portano al sorriso.
Mi obbligano alla piscina, all’uscire.
Spesso, nuotando, mi ordino i pensieri, entro in una specie di trance, e dopo una dozzina di vasche prendo il ritmo e mi dimentico per un attimo di quei sassi neri sul bagnasciuga.
E poi scrivo, lo sapete, per curarmi, per curare.
Per manifestare quello che mi succede.
Lo faccio qui nel diario, in modo che chi incontra i miei pensieri non si senta solo.
Lo faccio nei miei libri, in forma di viaggio esistenziale, di esplorazione.
È un atto egoista, che ha però il pregio di produrre, alla fine, qualcosa per gli altri.
Alla prossima pagina.
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