La maturità è anche comprendere i nostri limiti.
Non perché questo sia restringente, o comunque «limitante», anzi.
I nostri limiti non dicono solo quello che non siamo capaci di fare, al contrario: sono la manifestazione di quello che siamo capaci di fare.
Ho raggiunto l’età di 47 anni, ho fatto tanto, ho spaziato in molti campi dello scibile – chi mi segue dagli albori lo sa – e mi sono imbattuto, il più delle volte, nel fallimento. Nei miei limiti.
E come potrebbe essere altrimenti, se l’obiettivo era quello di superarli?
Arriva un’età, forse una maturità, in cui finisce il momento della ricerca del superamento di sé e inizia quello del consolidamento di sé.
Mi direte: «È arrivato un filino tardi, Flavio», ma è normale.
Ho fatto della trasformazione e dell’esplorazione la mia missione, e quindi scardinarmi all’inverosimile è sempre stato nel patto iniziale.
Ora però credo di aver raggiunto un punto in cui posso dire: «Ok. Basta. Torno a casa».
So cosa so fare.
Il resto lo lascio a quelli che verranno dopo di me.
So raccontare storie.
So stare davanti e dietro la macchina da presa.
So scrivere.
Questo piccolo articolo del diario di oggi è la mia personalissima costituzione per i prossimi dieci anni.
Non voglio più perdermi in software complicati per terzi – al massimo me li faccio per me – non sono bravo nel servizio vendite, nel seguire il mercato, ecc.
Cloto era nato come strumento personale di scrittura e poi un piccolo omino nel mio cervello si è preso la briga di sussurrarmi all’orecchio: «Ma fanne un prodotto, cosa vuoi che sia» (ultime parole famose).
E io, dispiegate le vele dell’entusiasmo, mi sono lasciato portare in questo nuovo mare.
Ma quello che ho scoperto non sono state le terre che sognavo.
Piuttosto, nuove terre, un po’ aliene, nuove rispetto a quelle che avevo già esplorato.
E per la prima volta nella mia vita, ho avuto nostalgia.
Nostalgia di quell’aria nella quale ero cresciuto, di quelle terre nelle quali avevo già giocato e vissuto.
Non sono uno nostalgico e lotto per non esserlo. Il concetto di «Ai miei tempi era meglio» è per me insopportabile, perché in un certo senso lo vedo come un «Stai invecchiando».
Ma forse è così. Forse sto invecchiando, spero come il vino buono.
Non sto dicendo «Le mie terre erano meglio», ma piuttosto: «Queste nuove terre non fanno per me. Io vengo da un altro mondo».
Chissà se questa sensazione è qualcosa che ci attraversa tutti, a un certo punto.
Un sentirsi parte di qualcosa che si è perso.
Per fortuna, non ho perso niente, anzi forse ho trovato qualcosa.
Me stesso.
Alla prossima pagina.
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