Quando si conosce davvero un personaggio?
Mi è successa questa cosa strana. Sto chiudendo il quarto volume, prima stesura de Il labirinto della speranza. E per la prima volta, un personaggio che scrivo da parecchio (almeno un anno) mi è apparso «da fuori».
Cioè, l’ho proprio visto. E il suo pensiero non mi è nato dentro, ma piuttosto è stato un getto istantaneo, libero.
E mi sono detto: «Ecco, questo è il momento in cui conosci il tuo personaggio». Perché lo vedi da fuori, come una statua scolpita.
Sono a quattro quinti della prima stesura, è naturale che avvenga. Direi finalmente. Io parto sempre con grandi cavalli e mille speranze, ma poi, nel cammino che mi porta fino al libro scritto, sono costretto a confrontarmi con la realtà.
E le belle immagini che avevo in testa diventano un po’ povere, troppo sbrigative, poco dettagliate, diciamo. Ed è a questo che serve la prima stesura: a conoscere ciò che si sta manifestando dentro di noi.
È un’operazione più simile al pescare che al pulire il pesce. Si sta lì, davanti a un oceano, e si aspetta che un pesce ci caschi: un’idea, un’intuizione.
E piano piano prendiamo confidenza con gli attrezzi, la barca, ci spingiamo un po’ più in là nel mare, arrivano i primi mari mossi, le vomitate. E poi tempeste e soli che scottano la pelle.
Verso la fine nasce come una complicità con la propria opera. La conosciamo, ma non del tutto. Si potrebbe pensare che, verso la fine di una saga, i personaggi abbiano compiuto abbastanza azioni ed eventi da restituire un quadro definito di personalità, ma in realtà l’umanità non ha confini, e non si smette mai di scoprire.
Soprattutto scrivendo un thriller psicologico. Devo continuare a cambiare la rotta, a creare trappole, illusioni, a fare giochi di prestigio.
Vi avverto, è quello che si chiama uno «slow-burner», un po’ come l’Anello di Saturno: si parte piano e si sale in alto.
Il personaggio in questione è una giovane ragazza neomaturanda in sedia a rotelle. Quella è stata una sfida mica da ridere. Affrontare tematiche delicate come l’handicap. Non essere superficiali, cercare di capire cosa voglia dire essere su una sedia a rotelle e prendere un treno. Le domande degli altri. La maternità. Lo sport e il peso del destino.
Aurora è tra le protagoniste della storia: Aurora, la dea dell’alba. Il labirinto sarà, ve l’ho detto, labirintico. Mille strade, mille personaggi, una trama che fa girare la testa, ma sempre – e questo ci tengo a sottolinearlo perché è ormai parte della mia poetica – facile da leggere.
Ho ancora alcuni nodi da risolvere. Il mio protagonista, uomo ambiguo persino a me stesso, che intendo affrontare nel quinto volume. Piano piano si sta delineando l’ultimo mistero, l’ultima illusione.
E finito il quinto volume, si ricomincia con la seconda stesura.
Alla prossima pagina.
Una bella sfida che consente di conoscere realtà diverse e di approfondirle.
Non vedo l’ora di leggere questa seconda saga.
Buon lavoro gentilissimo Flavio!
A lunedì prossimo!
Buongiorno ci si catapulta all’interno
Quest’anno vieni al Salone del libro di Torino? Io non posso esserci perché sono stata invitata ad una prima Comunione di un mio familiare.Se ci sei mi dispiace