

Il mio personaggio ci ricade. Eccolo lì, lo vedo che piano piano scivola proprio lì dove non dovrebbe. Ma una parte di me è felice.
C’è del sadismo nello scrivere una storia. È temporaneo, badate bene, perché alla fine, come dico spesso, sarà la cura a vincere. Il protagonista uscirà dalla storia migliore di come è entrato. Ma il durante… il durante è uno strazio. Perché per migliorare bisogna passare attraverso le grinfie del dolore, della caduta, del rialzarsi. Bisogna incontrare le nostre nemesi, le nostre paure.
Un giorno lessi una bella descrizione di cosa significa scrivere una storia: prendi un personaggio, mettilo su un albero e lanciagli i sassi addosso.
Una visione terribile, ma piuttosto vicina a ciò che davvero rappresenta scrivere un arco narrativo.
Mille e mille strutturalisti si sono occupati di cercare la formula perfetta per l’arco di trasformazione. Dara Marks ha scritto un piccolo manuale interessante, derivato dai tre atti di Field, ma non solo lei.
Mi rendo conto che la mia visione della scrittura di storie è così contaminata dall’analisi strutturale cinematografica che ormai, anche quando mi metto a immaginare una storia, la visualizzo per scene. Un giorno dovrò svincolarmi anche da questo e scrivere senza pensare, senza strutturare. Non sarà una saga, ma piuttosto un romanzo. Chissà, magari ci riuscirò.
Ho un segreto nella recitazione. Quando mi capita una scena poco interessante, magari scritta senza quel desiderio di trasformazione (che dovrebbe permeare completamente l’arte del raccontare storie), allora mi cucio su misura una piccola trasformazione in scena. Io ho la ferma convinzione che ciò che più è interessante in un attore è il suo stato emotivo e la trasformazione del suddetto stato. Il percorso che porta un personaggio da felice a triste, da tranquillo a impaurito e così via. Quindi, quando mi ritrovo in una scena blanda, decido lo stato di ingresso, lo stato di uscita e il punto di trasformazione. In questo modo mi creo il mio personalissimo arco, che poi mi permette di giocare con le parole.
Lo faccio anche nella scrittura. Ma lì, giocando a essere demiurgo, cucino archi lunghi, che si fondono con la storia e nemmeno si percepiscono, poiché «sono» la storia.
Cos’è una storia? Cambiamento. Cambiamento di chi la scrive, la legge e dei protagonisti che la abitano.
Quando giravo La Ricetta della Felicità, mi hanno chiesto «qual è la ricetta della felicità?». La mia risposta fu: «il cambiamento, la trasformazione, la vita». Perché credo che senza di esso tanto vale dormire. Almeno si sogna.
O forse si fanno gli incubi…
Questo è il grande dilemma di Amleto. Quando si mette sul bordo del castello e pensa al suo famoso monologo, e si chiede cosa fare: agire, non agire, vivere o morire, sta per buttarsi quando si ferma. «Morire… dormire, forse. Sognare.» Ecco che il sogno diventa, nell’arco di un istante, incubo. Se il sonno eterno fosse un incubo? Allora no, meglio la vita, almeno quella la conosco.
Ho voglia di recitarvi questo monologo che ha dato la nascita al pensiero in scena. Per la prima volta, un personaggio si chiede se agire o non agire. In esso vi è il tramonto del Rinascimento, la sua crisi finale. Il Rinascimento ha messo l’uomo al centro. Shakespeare lo incrina con il dubbio.
È la nascita del pensiero moderno.
Essere o non essere, questo è il problema:
se sia più nobile nella mente sopportare
i colpi di fionda e d’oltraggi della sorte avversa,
o prender l’armi contro un mare d’affanni
e, opponendosi, porre loro fine. Morire — dormire —
null’altro; e con un sonno dirsi che poniamo fine
al dolore del cuore e ai mille colpi naturali
di cui la carne è erede: è un compimento
da desiderarsi devotamente. Morire, dormire;
dormire, forse sognare: eh, qui è l’ostacolo!
Perché in quel sonno di morte quali sogni possano venire,
quando ci siamo scrollati di dosso la mortale spoglia,
ci ferma: ecco il rispetto
che dà calamità a sì lunga vita.
Chi sopporterebbe le frustate e gli scherni del tempo,
l’ingiuria dell’oppressore, l’offesa del superbo,
il tormento d’un amore disprezzato, le lungaggini della legge,
l’insolenza dei potenti e gli oltraggi
che il merito paziente riceve dagli indegni,
quando egli stesso potrebbe procurarsi quiete
con un semplice pugnale? Chi vorrebbe portare fardelli,
gemere e sudare sotto il peso d’una vita gravosa,
se non fosse che il terrore di qualcosa dopo la morte —
quel paese inesplorato, dai cui confini
nessun viaggiatore ritorna — confonde la volontà
e ci fa preferire i mali che abbiamo
ad altri che non conosciamo?
Così la coscienza fa di noi dei codardi tutti,
e il colore naturale della risolutezza
si scolora nella pallida tinta del pensiero,
e imprese di grande momento e valore
perdono il corso e il nome d’azione.
Alla prossima pagina
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